Pubblicato da: Sadugo | 20 febbraio 2013

Solo un film e qualche canzone

Glen

Capita che molti scrittori quando scrivono ci mettano nel mezzo molta ironia, oppure molta retorica, oppure qualsiasi altra cosa che possa servire a proteggerli. Hanno qualcosa da dire, qualcosa che li spinge a sedersi di fronte allo schermo di un pc ma che poi nascondono, in un racconto buffo, in un dialogo bizzarro o in una storia avvincente.
A volte così bene che il lettore nemmeno la trova quella cosa.
Ed è un controsenso se uno ci pensa.
E spesso è così anche per le canzoni o i film: riff di chitarra, suoni distorti, voci microfonate, effetti speciali, salti temporali, tutto a volte sembra fatto solo  per divertire, eccitare, distrarre, nascondere.
Ma altre volte invece non c’è nessun strato, la cosa è lì e fa male, o fa bene, ma è lì, di fronte ai nostri occhi, o ai nostri orecchi. Ed è solo una canzone o un film.
Once di John Carney, uscito nel 2006 è una cosa così. E’ semplicemente una storia d’amore tra due ragazzi che nel film nemmeno hanno un nome, sono semplicemente un ragazzo e una ragazza. Glen Hansard e Marketa Irglova. E le loro canzoni dentro al film sono cose così. Dirette, immediate, qualcuno direbbe semplici, ma comunque piene di cuore e passione.
E visto che non potete più vedere Once al cinema e nemmeno un concerto del duo, dato che la loro storia d’amore nel frattempo è finita, non vi resta che vedere l’effetto che fa il realizzarsi di un sogno sulla pelle di un uomo.  La pelle è quella di Glen Hansard che venerdì 22 suonerà al Viper per presentare il suo ultimo album che è anche il primo da solista, Rhythm and Repose.


Glen è uno che ha sudato per realizzarlo il suo sogno, ha suonato per strada, poi tanta gavetta, una apparizione in The Committmens, una discografia di tutto rispetto con i The Frames ma completamente ignorata dal pubblico e poi The swell season, uno degli album acustici più belli di sempre ma che vende solo 3000 copie. Fino a che John Carney un giorno non prende le sue canzoni e ci costruisce un musical che sembra più un documentario su una storia d’amore tra due artisti, Glen e Marketa appunto. Il film sembra una cosa girata tra amici, telecamere a mano e budget bassissimo ma la canzone tema del film arriva a vincere l’Oscar come Miglior Canzone e Once entra nella storia.
E così Glen diventa un cantautore di Culto, Damien Rice dice di dovergli tanto, Thom Yorke dice che i The Frames sono uno dei migliori gruppi di sempre, compare in una puntata dei Simpson, Bruce Springsteen lo chiama sul palco a suonare con lui, Eddie Vedder se lo porta in giro in tour per gli stati uniti e mezza E-street band gli suona i fiati nell’ultimo album dove compaiono anche un po’ di componenti delle migliori rock band indie americane come i The National e Bon Iver.
Insomma, Glen è un ragazzo felice, ma anche un uomo col cuore a pezzi, e venerdì sarà sul palco come sempre, senza strati, con le sue canzoni, che sono canzoni.

Annunci
Pubblicato da: Sadugo | 27 dicembre 2012

Sicurezza non garantita

“Cercasi: persona per viaggiare indietro nel tempo con me. Non è uno scherzo. C.P. 322, Oakview, 93022 (CA). Sarà pagata dopo il nostro ritorno. Deve portare armi di sua proprietà. La sicurezza non è garantita. L’ho fatto una sola volta in passato”

Così diceva un annuncio apparso sulla rivista Backwoods Home Magazine nel 1997 , annuncio che ha ispirato uno dei film scelti nella lista che trovate qua sotto.
In ogni viaggio la sicurezza non è garantita, anche nelle vacanze più rilassanti al mare possono nascondersi insidie. E dovrebbe essere così anche per i film, nessun film dovrebbe essere innocuo o privo di pericoli, ogni volta che entriamo in una sala o ci mettiamo sul divano dovremmo avere qualcosa da temere. Dovremmo essere eccitati e spaventati allo stesso tempo come all’inizio di un viaggio.
I film scelti da questo blog come “i migliori del 2012” sono viaggi in cui può succedervi di tutto, perfino di farvi del male o di perdere qualche granitica certezza che fino ad oggi ha tenuto in piedi il vostro castello di convinzioni. E per alcuni dovrete anche infrangere la legge dato che sono impossibili da trovare nelle sale e nelle videoteche italiane.
Ma ovviamente questa top-qualcosa del 2012 non ha nessun valore visto che pesca senza nessun criterio tra film usciti nelle sale italiane quest’anno e film non ancora usciti e film che forse non usciranno mai. Insomma, sono solo consigli, consigli di cui però non garantiamo le conseguenze.

Your Sister’s sister

la sorella di tua sorella sembra una canzone di Daniele Silvestri e invece è un film che esce dal laboratorio dei fratelli Duplass, geni del cinema indipendente americano ancora non sdoganati in Italia. Attori, registi, sceneggiatori e produttori, tra i film che hanno toccato in Italia sono arrivati: A casa con jeff, un delicato film sul lutto con Susan Sarandon, e Lo stravagante mondo di Greenberg, commedia amara sulla solitudine. Your sister’sister sembra un esercizio di stile cinematografico, un film fatto di dialoghi che ruota intorno a un equivoco, un film che non annoia ma che vi dolcifica, una caramella che è solo una caramella, una caramella che dura pochi minuti ma che vi lascia uno strano desiderio nella testa. In più c’è Emily Blunt, una che quando sta sui territori “indie” vale sempre il prezzo del biglietto.

17 Ragazze

I territori sconosciuti e sconfinati dei pensieri adolescenti, una storia paradossale che spinge lo spettatore a cambiare il proprio punto di vista, con forza, provocando e insistendo fino quasi a far male. La storia di 17 ragazze che decidono di rimanere incinta per ribadire il controllo sul proprio corpo di fronte a un mondo adulto distante e incapace di comprendere. Una fotografia rarefatta, un taglio che oscilla tra il documentario e il videoclip low cost. Da vedere.

Hugo Cabret

La dichiarazione d’amore di Martin Scorsese al cinema, una dichiarazione forse imperfetta ma piena di sentimento, un film per ragazzi che è riduttivo definire così, 125 minuti di bellezza  e poesia. Nel film oltre a Ben Kingley anche Chloe Moretz, la ragazzina con il miglior fiuto per i copioni che si aggiri per gli Stati Uniti.

Molto forte, incredibilmente vicino

Il tentativo di portare sullo schermo il capolavoro di Safran Foer, un tentativo onesto, privo di retorica, dolce e rispettoso. Una prova non facile per il regista di The Reader e Billy Elliot, un film abbastanza forte e abbastanza vicino che non regge il confronto con il romanzo ma che cammina con le sue gambe. La cosa più rispettosa uscita dagli Stati Uniti sull’11 settembre.

 Il distacco

Pugni nello stomaco per 97 minuti, ma che vale la pena prendersi per assistere a uno sguardo poetico e originale sul lavoro d’insegnante, un film toccante, doloroso, in certi punti quasi insopportabile, ma abbastanza vero e credibile. Il regista di American History X sfugge al rischio della retorica dell’insegnante-eroe e mette davanti alla telecamera l’America con tutte le sue contraddizioni. Ci sono i tagli alla scuola, i professori stanchi del loro lavoro, i professori inadatti, i bravi professori e dall’altra parte lo smarrimento dell’adolescenza. Ma soprattutto c’è la faccia di Adrien Brody in una delle sue interpretazioni più riuscite.

Moonrise Kingdom

Un film divertente pieno di momenti ironici e leggeri, ma allo stesso tempo il lavoro folle di un genio che dall’esordio ad oggi non ha fatto che scomporre e scomporre e scomporre la vita degli esseri umani rendendole a volte assurde, a volte bizzarre e a volte insopportabilmente dolorose ma riuscendo ogni volta a racchiuderle in un film. E se i Tenenbaum era un pezzo orchestrale Monrise Kingdom è la dilatazione di una pezzo di un film che nella testa di Wes Anderson doveva essere molto più grande. Un esercizio di stile registico pieno di esercizi di stile da attori, come il capo del campo scout Edward Norton o il padre di Suzy Bishop interpretato da Bill Murray.
Il film è fatto anche dello sguardo malinconico dell’esordiente Kara Hayward, uno sguardo che rivedremo quasi sicuramente in altri film da qui in poi.

I ripescati

FIlm mai arrivati in Italia ma per cui vale la pena infrangere la legge

The Myth of the American Sleepover

Il ritratto più dolce e affettuoso dell’adolescenza mai fatto dal cinema indipendente americano, il racconto dell’ultima notte del Liceo visto attraverso gli occhi dei protagonisti. Una fotografia delicata, una colonna sonora indie, nessuna faccia famosa e il risultato è un documentario allo zucchero filato con un retrogusto amaro. Quale peccato abbia commesso questo film per non arrivare in Italia non è dato saperlo, per vederlo dovete infrangere la legge e scaricarlo insieme ai sottotitoli

Frequently Asked Questions About Time Travel

Un mix tra The Big Bang Theory e l’Alba dei morti dementi, un film sui viaggi nel tempo girato quasi completamente in un PUB inglese, un film che smonta qualsiasi altro film fatto prima sull’argomento, un film che risponde a tutte le domande che film come L’esercito delle 12 scimmie o Terminator vi avevano lasciato nella testa, roba forte, geniale, divertente e che ovviamente nessuno in Italia ha distribuito.

Safety Not Guaranteed

“Cercasi: persona per viaggiare indietro nel tempo con me. Non è uno scherzo. C.P. 322, Oakview, 93022 (CA). Sarà pagata dopo il nostro ritorno. Deve portare armi di sua proprietà. La sicurezza non è garantita. L’ho fatto una sola volta in passato”
Questo annuncio apparve nel 1997 su un giornale americano, ed è lo spunto da cui parte tutto il film, un film docle, romantico e avventuroso, un film sul vero viaggio nel tempo, l’amore, un viaggio in cui la sicurezza non è garantita. Ancora una volta un Duplass nel mezzo, e ancora una volta una delicata consistenza narrativa, un piccolo mondo di 90 minuti autosufficiente e di cui viene voglia di far parte.

Pubblicato da: Sadugo | 26 dicembre 2012

I mostri di Tim Burton

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Frankenweenie – Tim Burton

ESSERE UN CLICHE’
Tim Burton per anni mi ha fatto sentire un conservatore con la puzza sotto il naso, ogni volta che qualcuno mi chiedeva se mi piacessero i suoi film mi trovavo a rispondere di sì, aggiungendo poi subito dopo, ma solo i primi lavori. Odiavo rispondere così. Ero un cliché grazie a Tim Burton,  ma soprattutto grazie all’immensa bellezza di film come Beetlejuice e Edward mani di forbice che non aveva niente a che vedere con la banalità un po’ ripetitiva dei film che ha fatto negli anni successivi. Si era un po’ perso. Ma più che altro sembrava aver perso qualcosa. I personaggi dei suoi primi film avevano grossi problemi ad inserirsi nella società, e le loro storie sembravano spesso il modo in cui Tim Burton si vendicava di qualcosa che aveva subito. O questa era l’idea romantica che mi ero fatto io da adolescente.
Ma da molto tempo nei suoi film sembrava non esserci più il sarcasmo poetico di Beetlejuice, il malinconico rancore di Edward mani di forbice, l’odio decadente dei due Batman, c’erano solo delle belle musiche di Danny Elfman, una bella fotografia, scenografie affascinanti, ma nient’altro, c’era il pacchetto ma non il regalo. Tim Burton era diventato un confezionatore di film, solo che spesso si dimenticava di metterci qualcosa dentro.

I MOSTRI DI TIM BURTON
Questo fino a oggi, o meglio, fino a Frankenweenie.
Anche se purtroppo con tutta probabilità non è una buona notizia per Tim Burton visto che la storia di Victor Frankenweenie è stata pensata negli anni 80, negli anni in cui probabilmente ideava anche il fantasma interpretato da Michael Keaton o l’Edward di Johnny Depp. Gli anni in cui aveva qualcosa da dire.
Tim Burton ha diversi progetti interessanti in cantiere (una famiglia Addams in stop motion, un Pinocchio con Jack Nicholson e un adattamento del La casa per bambini di Miss Peregrine) ma la paura è che abbia tirato fuori dal cassetto l’ultima sua bella storia, l’abbia spolverata e confezionata da Dio per regalarcela. Frankenweenie sembra il suo canto del cigno, è un film d’animazione stralunato e bizzarro che cita se stesso e che guarda gli Stati Uniti con un leggero risentimento: il mostro di cui aver paura è una parte della società statunitense che guarda gli scienziati e la scienza come se fossero “il male”, il mostro da temere è quello che si nasconde nei quartieri residenziali colorati e ordinati delle piccole cittadine e che emargina chiunque abbia degli accenni di diversità.
I mostri di Tim Burton come nei suoi vecchi film hanno pettinature cotonate e vestiti color pesca, hanno pance enormi e cravatte vistose, mangiano ciambelle parlando a bocca aperta, tengono più al proprio giardino che ai propri figli ed hanno pensieri gretti e spesso spietati.
Ma con gli anni lo sguardo forse è un po’ cambiato, e come negli anni 90 aveva pietà per i morti viventi e i fantasmi oggi Tim Burton sembra mostrare compassione anche per le casalinghe dei quartieri residenziali, per i bulli che si aggirano per i corridoi delle scuole e per i sindaci narcisistici delle piccole città.

LA TRAMA
Non ve la raccontiamo, perchè sarebbe un peccato togliervi alcune sorprese.

RANCORE
Insomma, alla fine dei conti sono molte le cose per cui avercela con Tim Burton: cose come il fatto di essersi schierato con Johnny Depp quando massacrava il cuore a Winona Ryder, oppure l’aver trasformato lo stesso Johnny Depp in una barbie da vestire a seconda delle situazioni, ma anche il fatto di averci lasciati da soli a odiare i nostri compagni di scuola che ci prendevano in giro per quanto eravamo strani e bizzarri, da soli a lottare contro i bulli che ci aspettavano nei bagni delle scuole solo per provare ad infilarci la testa nel cesso, da soli contro i nostri vicini di casa che ci guardavano male perché a 30 anni non avevamo ancora un lavoro decente o una storia d’amore seria.
Il più grosso peccato di Tim Burton non è l’aver girato brutti film negli ultimi dieci anni, ma è aver lasciato da soli gli stralunati del mondo con i loro rancore e le loro lotte mentre lui giocava con Johnny Depp.
Frankenweenie è un regalo dolce e delicato alle persone che lui ha ferito, compreso Winona Ryder che nel film da la voce alla protagonista.

Vincent Freeman

NDR Questa recensione è una recensione in anteprima, il film uscirà in Italia il 17 gennaio del 2013, ma Vincent Freeman lo ha visto dal divano leopardato di Winona Ryder. Dopo averlo visto hanno bevuto Martini con ghiaccio e parlato male di Johnny Depp, poi hanno fatto anche sesso sul divano e Winona con i capelli sudati ancora appiccicati sulla fronte ha sussurrato all’orecchio di Vincent Freeman: “io amo ancora gli sfigati”. Vincent Freeman ha sorriso felice agli orecchi a sventola di Winona e al divano leopardato.

Pubblicato da: Sadugo | 12 dicembre 2012

Richard contro l’industria del cinema

Le recensioni di Martin Scortese

Pretty Woman – Garry Marshall

Vivian è una prostituta di Hollywood, e come tutte le prostitute di Holllywood non riesce a mangiare una lumaca senza rischiare di accecare qualcuno, ma nonostante questo è una che ha le sue regole: si fa sempre il filo interdentale dopo aver mangiato le fragole, non bacia mai i clienti e usa le cravatte come salvaslip.
Edward invece da bambino sognava di costruire cubi e palazzi ma poi gli amici e i divorzi lo hanno reso un miliardario cinico e disilluso.
I due s’incontrano e Edward dopo aver fatto sesso per due secondi sul pianoforte con Vivian la porta a fare shopping per migliorare il suo look, ma siamo nel 1990 e quando Vivian esce dai negozi è vestita peggio di quando faceva la prostituta sul Sunset Boulevard. Poi ci sono un po’ di equivoci ma essendo un film pre-titanic nessuno muore prima della fine.
La curiosità: dodicimila tecnici della Pixar hanno lavorato all’animazione dei capelli di Richard Gere ma non sono riusciti nell’impresa di farli sembrare capelli veri, risultato che raggiunsero solo pochi anni dopo con il pelo di James P. Sullivan in Monsters and Co. Richard Gere la prese come una congiura dell’industria cinematografica nei suoi confronti e cominciò a recitare come un cane per rovinare i film a cui prendeva parte, solo che nessuno si è mai accorto di niente.

Martin Scortese

Pubblicato da: Sadugo | 10 dicembre 2012

Criceti e pescicane

Hugo Cabret – Martin Scorsese

Dice Anton Ego, in quel capolavoro che è Ratatouille, che “Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale.

Su questo blog raramente si trovano recensioni negative, perchè pur rispettando coloro che decidono semplicemente di stare a guardare, siamo pieni di ammirazione per chi si mette in gioco, per chi rischia la propria dignità prendendo i propri sentimenti per dargli una qualsiasi forma e poi buttarli in pasto ai pescecane. Pescicane si, perchè noi esseri umani, dobbiamo riconoscercelo, in una ipotetica linea dell’aggressività dove in cima ci sono i pescicane e in fondo i criceti, siamo molto più vicini ai primi. Anche se poi proviamo più simpatia per i criceti.

E nell’essere mediocri recensori essere critici e spietati è sempre meno rischioso che uscire allo scoperto e dichiarare un proprio amore per un qualsiasi film o libro, o canzone. Dire che vi piace Notting Hill quando siete in compagnia di amanti del cinema è un po’ come alzarsi durante la lezione di scienza in terza media e dire che vi piace la vostra compagna di banco con l’apparecchio ai denti e qualche chilo di troppo, il giorno dopo nessuno vi guarderà più nello stesso modo. Ma voi lo sapete perchè vi piace la vostra compagna di banco, e anche perchè vi piace Notting Hill, e anche se non saranno rispettivamente Belen e un film di Akira Kurosawa avranno comunque i loro sentimenti, banali, semplici quanto volete, ma degni di rispetto e degni di essere difesi dai pescicane.

Insomma, tutto questo giro di parole per dire che Hugo Cabret è uno dei film più belli della storia del cinema, anche se è un film per ragazzi, anche se i dialoghi non sono perfetti, anche se in alcuni punti la storia sembra perdere ritmo, perchè è il film dove Martin Scorsese ha preso i propri sentimenti e li ha buttati in pasto ai pescicane senza preoccuparsi di niente. Nelle due ore di Hugo Cabret c’è tutto l’amore di Scorsese per il cinema, c’è un bambino non capito, c’è il preadolescente Martin che si alza in classe e canta When a man loves a woman alla cicciona del primo banco con l’apparecchio senza paura di diventare lo zimbello della scuola, e stona, e esagera, e perde la melodia, ma è pieno di sentimento, così pieno che alla cicciona del primo banco si riempie il cuore come mai l’era successo in vita sua. E non si può restare indifferenti davanti a tanto amore. Mai. Anche se si è dei pescicane.

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 6 dicembre 2012

Cose sulle spalle

Get LowAaron Schneider

COSE SULLE SPALLE
Immaginate di essere un vecchio di nome Felix Bush, o di un qualsiasi altro nome, non ha importanza, e di aver fatto una cosa terribile, una a caso, il mondo è pieno di cose orribili da fare, non c’è che l’imbarazzo di scegliere. E che questa cosa, giorno dopo giorno, li sulle vostre spalle, diventi sempre un po’ più grande, e voi, sotto quella cosa, ogni giorno, diventiate un po’ più piccoli. E che la vita, la vostra, diventi sempre meno vita e si trasformi in un qualcosa di cupo e insopportabile al punto da farvi decidere di continuare a vivere si, ma solo per stare male e soffrire.

Così a un certo punto decidete di andare a vivere nel bosco, appena fuori la città, abbastanza lontano per non avere vicini, ma non così tanto da essere completamente isolati, perchè in fondo il vostro senso di colpa ha bisogno della disapprovazione della gente, la vostra ferita per sanguinare deve essere toccata e guardata, andare in un altro luogo significherebbe scappare. E così diventate la leggenda di una città, il mistero che gli abitanti si passano di giorno in giorno arricchendolo di aneddoti e particolari sempre nuovi. Un giorno siete un assassino, un altro uno stupratore, poi uno che tortura gli animali, uno che uccide a mani nude, ogni giorno qualcosa di nuovo.

Ma poi, una mattina, guardandovi allo specchio, si fa largo nella vostra testa l’idea che abbiate sofferto abbastanza, che può anche bastare e che anche se non siete morti decidiate di organizzare il vostro funerale chiamando le pompe funebri Frank Quinn, e decidete di fare una cosa in grande, dovranno esserci tutti, e tutti dovranno raccontare la storia che sanno su di voi. Dovranno venire anche dalle contee vicine, fin dove si è spinta la vostra leggenda, e ci dovrà essere musica e bambini perché il giorno che decidete di morire per il mondo dovrà essere un giorno di festa.

E li, a quel punto, invece, con la vostra faccia e tutto il dolore che ci sta sopra, la raccontate voi la vostra storia terribile, mettendo fine alle leggende e chiudendo la vostra ferita con ago e filo per l’ultima volta.

E SE POI
Qualcuno decide di farci un film su tutto questo, e vi fa impersonare da uno come Robert Duvall che s’impegna così tanto da dare vita a una delle migliori interpretazioni della sua vita, e lui è uno che di migliori interpretazioni ne ha fatte. E insieme a lui ci mettono anche Bill Murray, uno degli attori più sottovalutati del mondo, uno a cui solo Wes Anderson e Sofia Coppola hanno saputo rendere merito e che anche in questo film gioca da fuoriclasse. Alla fine ne viene fuori un gran film, intenso, delicato, mai pesante, a volte perfino ironico nonostante parli della cosa più terribile che avete fatto nella vostra vita, insomma, al regista Aaron Schneider gli viene fuori un mezzo capolavoro, un capolavoro che in Italia però nessuno decide di distribuire.

E ci si potrebbe accanire parecchio contro chi decide cosa far arrivare in Italia e cosa no, la lista di capolavori mai tradotti e distribuiti è lunga, ma su questo blog non siamo i tipi da accanirsi, al massimo ci si attopa, o ci si accriceta, è più nel nostro stile, accanirsi richiede troppa rabbia e troppa forza.  Al massimo viene da ringraziare i “fuorilegge” che passano le loro giornate a rendere scaricabili e sottotitolati film come Get Low, dei Robin Hood del cinema che mi piace immaginare abbiano un terzo dell’età di chi guida le case di distribuzione italiana, magari sono laureati, parlano otto lingue e lavorano in qualche bar pagati a nero e un giorno, così dal nulla, metteranno a ferro e fuoco gli uffici delle case di distribuzione e ne diventeranno presidenti.

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 1 novembre 2012

I piedi degli altri

Tiny Furniture – Lena Dunham

I PIEDI DEGLI ALTRI
Nei negozi di scarpe si consuma il senso della vita.
Ogni qual volta calzate l’ennesimo paio di scarpe che vi apprestate a comprare e sentite che è un po’ troppo stretto, o che non è abbastanza flessibile, o che vi stringe ai lati, o che vi punta e che forse a dirla tutta costa anche un po’ troppo per il vostro stipendio e guardate un po’ invidiosi gli altri clienti che con aria serena calzano con gusto decine e decine di scarpe, e in quel momento che fate l’errore più fatale della vostra vita.
E perché stia parlando con tono da messia cercando di darvi una lezione non lo so, ma ho iniziato a scrivere così e sono troppo pigro per tornare indietro e cancellare la cosa già scritta per cambiare il punto di vista della recensione e quindi, riprendendo il filo del discorso: quando guardate gli altri clienti un po’ invidiosi fate un torto ai loro piedi e un po’ anche ai vostri.
Perché voi non lo sapete come stanno i piedi degli altri, non potete saperlo, a meno che non glielo chiediate, e il fatto che pensiate di essere gli unici a trovare scarpe troppo strette, o che vi fanno venire le galle dietro il calcagno o che non tornano bene con le vostre caviglie suine, beh, è testimone del fatto che i vostri piedi oltre ad essere pignoli sono anche poco empatici. Per non dire stronzi.

IL CINEMA AIUTA
E se volete provare cosa si prova ad entrare in un negozio e sentire il dolore di un piede che non è il vostro, il dolore di un piede con le vene varicose, il dolore di un alluce valgo dentro una Nike Air, di una caviglia ingrossata in uno stivaletto o di un piede porcino in un paio di ballerine il cinema vi può aiutare. In particolar modo un certo cinema indipendente americano che sempre più spesso mette le telecamere dentro la vita vera.

ESSERE QUALCUN ALTRO
E Tiny Furniture è un modo per sapere cosa si prova ad avere poco più di vent’anni ed essere una ragazza in sovrappeso che si è laureata nel momento storico peggiore per laurearsi e che uscita dal college si è ritrovata dentro quel vuoto di prospettive e opportunità che la generazione che l’ha preceduta e partorita gli ha preparato. Tiny Furniture è una fotografia di 90 minuti, una fotografia senza filtri, senza ritocchi in stile photoshop in cui il corpo e i pensieri della protagonista sono messi in mostra senza pudore. Dai colloqui di lavoro ai tentativi di avere una vita sessuale, dal rapporto con la madre alle relazioni sentimentali. Ogni filo narrativo ed ogni personaggio sembra essere li senza nessun motivo particolare ma alla fine tutto l’insieme è quello che vi farà provare quello che provano i piedi di Lena Dunham, attrice e regista del film.
Una di cui molto probabilmente sentiremo parlare ancora. E nel mentre aspettiamo la sua seconda prova qua è possibile vedere lo spot che ha girato a sostegno di Obama dal titolo, la vostra prima volta.

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 28 ottobre 2012

La risposta di Wes Anderson

Moonrise Kingdom – Wes Anderson

PERCHE’ L’ADOLESCENZA
Il film comincia con Young Person’s Guide to the Orchestra di Benjamin Britten, una guida per bambini per riconoscere la composizione di un pezzo orchestrale, la registrazione fa sentire prima le singole parti suonate dai diversi strumenti che da soli ripetono la stessa melodia, fiati, strumenti a corda, voci, e cosi via, e solo alla fine il brano orchestrale in tutta la sua complessità.
L’inizio di Moonrise Kingdom è la risposta che Wes Anderson da a questo blog sulla domanda che più volte ci siamo posti: come mai fuori dai confini italici il cinema pone così tanta attenzione all’adolescenza? Ovviamente sappiamo che il regista dei Tenenbaum non ha girato un film solo per placare i dubbi esistenziali di questo blog, ma in qualche modo il suo film è la risposta a quella domanda, una scomposizione da vivisezionatore accurato dell’esistenza di due esseri umani che sembra dire a questo blog e hai suoi due lettori che una vita non può essere compresa fino in fondo se non se ne scompongono gli elementi fino a trovarne l’essenza. E l’adolescenza è uno di questi elementi. Un passaggio della vita determinante e affascinante.

SOLITUDINI
Suzy Bishop ha circa 14 anni e ha trovato sul frigorifero di casa sua un libro che insegna come trattare con i bambini difficili, scoprendo così di essere agli occhi dei suoi genitori, appunto, una ragazzina difficile. Suzy Bishop pensa che la vita degli orfani sia più interessante della sua, e pensa che guardare ogni cosa attraverso un binocolo gli possa far sentire le cose lontane un po’ più vicine. Suzy Bishop è sola e triste. Sam Sunhasky ha più o meno la stessa età di Suzy, è un orfano ma la sua vita non è affatto interessante come pensa Suzy Bishop, anche le avventure che vive ogni estate al campo avventura sono sbiadite, è un genio nell’allestimento dei campi, sa fare un inventario e costruire una carrucola, ma tutti i suoi compagni lo odiano perchè in fondo non è un tipo così simpatico, anche Sam è solo e triste.
Le solitudini di Suzy e Sam s’incontrano alla recita scolastica, Suzy è vestita da corvo, Sam è vestito da se stesso, ma le loro solitudini s’innamorano, si riconoscono e decidono di scappare insieme.
Solo che Suzy e Sam vivono su un isola, e non possono scappare da nessuna parte ma solo nascondersi dagli adulti che non li comprendono e dai compagni del campo avventura.

FILM CHE NON SONO SOLO FILM
Ci sono film che sono solo film, e ci sono film che sono anche tutto il resto, Moonrise Kingdom è tutte e due le cose contemporaneamente, è un film divertente pieno di momenti ironici e leggeri, ma è allo stesso tempo il lavoro folle di un genio che dall’esordio ad oggi non ha fatto che scomporre e scomporre e scomporre la vita degli esseri umani rendendole a volte assurde, a volte bizzarre e a volte insopportabilmente dolorose ma riuscendo ogni volta a racchiuderle in un film. E se i Tenenbaum era un pezzo orchestrale Monrise Kingdom è la dilatazione di una pezzo di un film che nella testa di Wes Anderson doveva essere molto più grande. Un esercizio di stile registico pieno di esercizi di stile da attori, come il capo del campo Edward Norton o il padre di Suxy Bishop interpretato da Bill Murray.
Il film è fatto anche dello sguardo malinconico dell’esordiente Kara Hayward, uno sguardo che rivedremo probabilmente in altri film da qui in poi.

OVVIAMENTE
Il film in Italia uscirà con l’accattivante sottotitolo: una fuga d’amore.

Pubblicato da: Sadugo | 12 ottobre 2012

Una cartolina per Bobby Long

Una canzone per Bobby Long – Shainee Gabel.

LE CARTOLINE STANNO MALE
Le cartoline sono morte, questo devono mettersi in testa i tabaccai di tutto il mondo, non hanno più nessuna possibilità di sopravvivenza, sono il Panda dei souvenir, se ne stanno li sui loro trespoli rotanti con l’aria triste e malinconica, infelici e pacchiane. Sui lungomare, nelle piazze accanto a qualche chiesa francese, nei bar polverosi dei paesi di montagna quasi disabitati.
Le cartoline non stanno bene.
E l’ultima generazione di cartoline sarà la prima generazione di cartoline che avrà meno di quello che hanno avuto coloro che le hanno precedute. Se all’inizio quei rettangoli di cartone si spostavano solo da banali luoghi di villeggiatura e solo alcune privilegiate riuscivano ad uscire dal proprio paese ad un certo punto le cartoline hanno cominciato a fare il giro del mondo, a saltar fuori da ogni angolo della terra, le persone hanno preso a viaggiare, e con loro miliardi di cartoline felici e orgogliose.
Le cartoline progredivano.
Ma poi sono state sorpassate dagli MMS, dalle foto caricate indiretta su facebook, violentate da Istagram e umiliate da Twitter, il social network più inutile della storia. E sempre più spesso hanno iniziato a rimanere sui trespoli dei negozi di souvenir a prendere polvere e immalinconirsi.

UN FILM ONESTO
Shainee Gabel deve essere una che alle cartoline ci teneva, una che magari ha i cassetti pieni e che tutte le volte che i suoi amici partono per qualche viaggio e poi non gliele spediscono ci rimane male. Ogni estate sempre di più. Perchè Una canzone per Bobby Long ha l’anima della cartolina, è un po’ logoro, quasi ingiallito, un po’ pacchiano e quasi didascalico ma pieno di ingenuo sentimento, per New Orleans, la musica blues e la poesia americana.
Certo, scivola parecchie volte durante i suoi pretenziosi 119 minuti, inciampa in dialoghi forse troppo pieni di citazioni e in carrellate da documentario infiocchettato sulle strade di New Orleans, ma è un film onesto e sincero, di questo gli va dato atto. Shainee Gabel non è la fotografa con pretese da artista che si mette a fare cartoline controvoglia per guadagnare, no, lei probabilmente ha sognato per tutta la vita di poter fare solo ed esclusivamente cartoline, di prendere la storia di un incontro tra un vecchio professore di letteratura (John Travolta) e di una ragazzina di periferia (Scarlett Johansson) e raccontarla, semplicemente.

TANTO PER FARE
Si può storcere il naso più volte in questo film, certo, oppure si può prendere semplicemente quello che c’è dentro, in fondo quando ci ricapitano tra le mani le vecchie cartoline non si sta molto a questionare sulla qualità della foto o dell’impaginazione, l’importante è altro, è il motivo per cui sono state spedite e i sentimenti che ci sono affrancati sopra. E se chi ce l’ha spedita non l’ha fatto tanto per fare ci si può commuovere anche di fronte a una foto sgranata di un lungo mare di Marina di Bibbona.

Shainee Gabel non ha fatto questo film tanto per fare, se no non sarebbe stato il suo unico film.

E se non vi convince tutto questo ragionamento sicuramente lo farà la foto di scarlett Johansson in cima al post.

Vincent Freeman

Pubblicato da: Sadugo | 26 settembre 2012

Abbastanza forte, abbastanza vicino

Molto forte, incredibilmente vicino – Stephen Daldry

TU ED IO
Quando tu regista di medio successo fai l’errore di prendere dallo scaffale del tuo salotto uno dei libri più belli che siano mai stati scritti da quando la scrittura esiste e che ti ha lasciato nella testa miliardi di emozioni diverse e intense e decidi di farci un film, è un po’ come quando io, recensore di medio successo, decido di richiamare quella ragazza che una sera mi fece pensare cose per cui la vita avrebbe poi preso pieghe diverse e chiederle di riprovarci, una di queste sere, a riprendere quelle pieghe diverse.  Entrambi non abbiamo possibilità di successo, siamo condannati, fregati, spacciati, fottuti come direbbe un americano.
A meno che, perché c’è sempre un “a meno che”, tu, o io, non decidiamo di giocarcela diversamente e mettiamo in un angolo della nostra mente tutte quelle emozioni, quei pensieri, quelle sensazioni di pienezza che la vita poche altre volte ci ha concesso e decidiamo di stare con i piedi per terra e viverci la cosa come viene. Io potrei semplicemente mandarle un messaggio per uscire a bere una birra, per poi chiederle come sta, senza nemmeno toccarlo quel passato, perché ora è un momento diverso, perché noi ora siamo diversi, e chiederle se ha dei figli, e se le somigliano, e se è felice del fatto che le somigliano e se la vita ha preso qualcuna di quelle pieghe, se sta bene, se è felice, e poi, solo a quel punto, salutarla con gli occhi un po’ lucidati da quel passato e riprendere le pieghe della mia vita che poi in fondo non sono affatto male per essere delle pieghe. Tu, invece, potresti prendere quel libro e tutta la roba che ti sei ritrovata tra lo stomaco e il cuore  e il cervello e metterla da una parte, mettere da una parte le lettere che ti piombavano direttamente dentro il posto più profondo del tuo essere e che ogni tanto ti facevano piangere mentre eri in metropolitana, o ridere di notte a letto, mettere da una parte tutte le emozioni che non sembrava possibile potessero stare dentro a un libro che è fatto solo di carta e inchiostro, mettere da una parte la vita pulsante che ogni tanto dovevi ricacciare a forza dentro quel libro per non ritrovartela addosso nei momenti più impensati della giornata e poi, solo a quel punto, girare il tuo film.

UN PO’ MENO FORTE
Quello che deve essere riconosciuto a Stephen Daldry è il fatto di essere riuscito con la ragazza di quella sera e di essere stato onesto, con se stesso e con lei. Di aver avuto il coraggio di prendere un libro, Molto forte incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, per farci un film. Quel libro che è l’unico libro che è già un film, uno spettacolo teatrale, una colonna sonora, un racconto illustrato, uno dei pochi libri che è già tutto quello che può essere oltre al fatto di essere semplicemente un libro.
E ha messo da parte tutto quello che deve aver provato leggendolo e con una onestà ammirabile ha girato il suo film, che non è quel libro, ma è un altra cosa, un po’ meno forte ma abbastanza vicina, ma che comunque è qualcosa che sta in piedi da sola e ha una sua anima che ti fa piangere e ridere. Che ti emoziona.

TUTTE STORIE
Il mondo è pieno di storie poco credibili, e questa è solo un’altra di quelle storie, ma con tanti elementi reali. Un lutto, il dolore di una madre, il dolore di un figlio, due dolori che si scontrano e non si capiscono, la vita che continua a scorrere normalmente accanto a quei dolori, le torri gemelle, un paese ferito, un paese che non va confuso con i suoi politici, un paese che come un qualsiasi altro paese è fatto di persone e di storie, di storie che, come dice il padre di Oskar Schell, vanno condivise, anche quando sono poco credibili. Il libro e il film sono un inno al conoscere, al raccontare e ad ascoltare le vite degli altri per poi ricondividerle, perché la la Storia con la S maiuscola disumanizza tutto rendendo anche le stragi poco più che episodi fatti di date e numeri, e le storie con la s minuscola sono l’unico modo che hanno le persone normali per difendersi e resistere.

E BENE CHE LO SAPPIATE
Per gli amanti del libro, è bene che sappiate che non c’è tutto dentro, che non c’è perchè non ci poteva proprio stare, mancano personaggi, storie, mancano interi pezzi di storia, manca quel qualcosa che era dentro il libro ma che esplodeva fuori appena aperto in un pop up di emozioni, che è abbastanza forte e abbastanza vicino, ma non è il romanzo di Jonathan Safran Foer, è bene che lo sappiate. E se siete i tipi che appena usciti dal cinema dicono frasi del tipo: era meglio il libro, beh, non lo guardate, e non tornate più su questo blog.

Vincent Freeman

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